Voglio Volare

I bambini, si sa, hanno una percezione del reale un po’ distorta, soprattutto nei primi anni di vita quando credono che gli animali possono parlare, che Babbo Natale porta i regali a tutti i bambini del mondo in una sola notte (senza avere mille controfigure che lo aiutino), e che i supereroi esistono.
E che sanno volare, per giunta.

Questa è la storia di un bambino come tutti gli altri, appassionato di gelati e macchinine, innamorato della bambina con le codine del pianerottolo, e soprattutto ossessionato dall’uomo che tutto può: Sì, lui, Superman.

Il bambino crede che un giorno Superman sarà molto, molto stanco di fare il lavoro che fa, e allora passerà il testimone a lui, che nel frattempo sarà cresciuto, avrà acquistato una calzamaglia azzurra e indosserà gli occhiali, esattamente come fa Superman quando non lavora a fare Superman.

Tutte le sere il bambino si mette a letto e aspetta il nonno che gli legge i fumetti. Solo che anche il nonno ama Superman alla follia, così ogni sera finiscono per far tardi, l’uno ascoltando da sotto le coperte coi coniglietti azzurri, l’altro leggendo a voce alta le avventure dell’uomo più fico del mondo.

Una sera il nonno provò a leggere al bambino un altro fumetto, Tex si chiamava. Dopo un pò, tra gli sbadigli, il bambino da sotto le copertine, gli chiese: “Ma nonno, in questo fumetto nessuno sa volare?”
E, appresa la triste verità (e cioè che nessuno nel vecchio West possedeva le straordinarie doti dell’uomo più fico del mondo), il bambino finse di scoppiare a piangere a dirotto, con quel pianto forzato e verosimile che solo i bambini di fronte ai nonni sanno sfoderare.
E a cui solo un nonno può credere.
Così, ricominciarono a leggere Superman.

Ogni mattina il bambino sfrecciava tra le sedie della cucina, per allenarsi alla supervelocità siderale del suo beneamino, guardava attraverso i fogli di carta che strappava dai block-notes del papà per allenare la vista a guardare attraverso le cose, e passava molto tempo con l’orecchio appiccicato al pavimento, ascoltando i litigi degli sposini del piano di sotto.

Piano, piano, col passare dei giorni, avrebbe allontanato sempre più l’orecchio dal pavimento, abituando il suo udito ad essere capace di sentire tutto anche da distanze straordinarie.

Un pomeriggio però, al calar del sole, fu suo padre ad intuire che qualcosa di terribile stava per accadere quando vide il suo bambino ritto in piedi su una sedia che stava appoggiata alla ringhiera del balcone. Stirava le braccine in avanti e indietro, come i nuotatori quando si preparano per un tuffo olimpico. Il padre fu, con un salto, su di lui e lo riportò a terra con immensa angoscia.
Naturalmente il bambino era arrivato alla fase n.5 dell’allenamento: quella in cui si prova a volare.

E, naturalmente, da quel momento in poi fu sorvegliato notte e giorno così severamente che dovette interrompere gli allenamenti, e non potè più ascoltare i racconti notturni del nonno.

E il nonno?

Il nonno continuò a leggere Superman la sera.
Sedeva davanti al muro che confinava con la stanza del bambino e leggeva, confidando che l’allenatissimo super-udito del nipote gli avesse fatto almeno attraversare il muro.
Ed il bambino appiccicava l’orecchio alla parete, cavandone però solo dei suoni strascicati simili al fruscìo che precede un brano di un vecchio vinile.

Finchè, un pomeriggio di mezza estate, quando ancora fuori era troppo caldo per uscire e dentro casa l’aria si faceva irrespirabile, una vicina di casa intenta a mettere i panni fuori ad asciugare vide un fagotto precipitare giù dal balcone vicino. E un nonno spiaccicato sull’asfalto bollente del pomeriggio.

A nessuno era venuto mai in mente che anche lui volesse provare a volare, proprio come il suo beniamino, Superman.

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